Il fiume e la città
Si chiamava Lëša, dodici anni, piedi scalzi e ginocchia sbucciate. Quel giorno era salito sul ponte solo per sentire l’eco dei suoi passi. Aveva in mano un vecchio campanello arrugginito di bicicletta — l’unica cosa rimasta di suo padre. Lo faceva suonare ogni tanto, come se quel tring metallico potesse ancora far tornare qualcuno.
Era un’estate calda, di quelle che fanno appiccicare la maglietta alla schiena. Il fiume scorreva lento sotto il sole, lucido come una lastra di vetro. Ogni tanto passava una brezza che sapeva di erba bagnata e alghe. Tutto sembrava fermo.
Lëša guardava giù, pensava di buttarsi per scherzo, quando vide un uomo in giacca e cravatta camminare incerto lungo la riva. Aveva un’aria strana, come se non sapesse bene dove andare. Poi, d’un tratto, scivolò. Non un urlo, solo un tonfo sordo. L’acqua si richiuse su di lui.
Lëša non ci pensò due volte. Il campanello gli cadde dalle dita e lui si tuffò. L’acqua era gelida, una lama nel petto. Sentiva il cuore picchiare forte, le orecchie ronzare. Vide l’uomo sott’acqua, la giacca gonfia come un paracadute. Gli si avvicinò, gli afferrò il bavero e tirò, tirò con tutta la forza che aveva. L’uomo era pesante, ma Lëša non mollava.
Quando riuscirono a toccare terra, tossivano tutti e due. L’uomo sputava acqua, gli occhi spalancati come se avesse visto un fantasma.
— Tu… chi sei? — balbettò, tremando.
— Lëša. Solo Lëša.
— Ti rendi conto di quello che hai fatto?
— Credo di avervi salvato.
L’uomo rimase zitto un bel po’. Poi tirò fuori un portasigarette scurito dall’acqua. Dentro non c’erano sigarette, solo una chiavetta USB. La guardò, e il suo viso cambiò. Divenne serio, duro.
— Ragazzo, devi dimenticare tutto. Me, il fiume, questo giorno.
— E se non ci riesco?
— Allora lo dimenticherà la città.
Si alzò, si tolse la giacca bagnata e la lasciò sulla sabbia.
— Nascondila. E non dire niente. A nessuno.
Poi se ne andò, zoppicando tra i salici. Lëša rimase solo, con il rumore dell’acqua e il cuore che non voleva calmarsi.
Un’ora dopo, le sirene tagliavano l’aria. Si diceva che qualcuno del municipio fosse sparito. Che gli archivi fossero stati cancellati, i server bruciati. Il giorno dopo, la torre televisiva smise di trasmettere. Le strade erano piene, ma nessuno parlava. Tutti avevano qualcosa negli occhi, come se sapessero ma non potessero dire.
La sera, Lëša tornò al fiume. Lì dove si era tuffato.
Raccolse la giacca, la strinse contro di sé. Nella tasca trovò la chiavetta, ancora umida. Si accese da sola, una lucina blu che pulsava piano, come un respiro.
Lëša sorrise appena.
— Papà diceva che certi oggetti hanno memoria.
Il fiume scorreva lento, e la città — laggiù — taceva davvero.
